martedì 24 febbraio 2009

PSICOLOGIA - SAGGISTICA


Pier Paolo Gobbi

 

Il maestro degli aquiloni

 

Conoscere e comprendere i bambini

per aiutarli a crescere

 

Ed. Centro Studi Evolution, Verona 2009, pp. 249, € 17

http://www.cs-evolution.com

info@cs-evolution.com

 

 

L’AUTORE – Pier Paolo Gobbi – Veronese, ha studiato psicologia e scienze politiche; si è specializzato in psicomotricità; ha due figli (Elia e Rebecca) ed è di professione psicomotricista. E’ membro dell’Equipe educazione del Centro Studi Evolution. Progetta e svolge percorsi di educazione e di prevenzione psicomotoria nelle Scuole. Realizza interventi di aiuto psicomotorio individuali e in gruppo rivolti ai bambini, valorizzando le esperienze corporee e le relazioni che si sviluppano come forze dinamiche per il cambiamento e il raggiungimento di una migliore armonia e benessere.

 

DI CHE COSA TRATTA – Il libro tratta di “aquiloni”. E’ l’autore stesso a spiegare: “Racconto spesso ai bambini con i quali lavoro la storia di un aquilone che faticava a prendere il vento… Poi gli diamo forma con i materiali, gli diamo vita e insieme la storia prosegue sempre in modo diverso, originale e unico, così come è la storia e la crescita di ogni bambino… E sempre penso e credo che un ‘giorno farai volare aquiloni tuoi, non perfetti, ma in grado di prendere vento”. In questa simbologia sta la storia di ogni bambino che affronta la sua crescita, per diventare maestro della propria vita, per far volare il proprio aquilone. L’adulto, il genitore, l’educatore ha da stare accanto al bambino, aiutarlo a crescere, ad avere fiducia nelle proprie capacità, a sorreggerlo in momenti di vento contrario, badando a far volare il proprio aquilone in cieli dove i valori e il senso della vita sono venti che lievitano e fanno crescere.

Il libro si snoda di pagina in pagina, in modo accattivante, in dieci capitoli che affrontano aspetti differenti delle problematiche di crescita dei bambini. Da un interrogativo fondamentale “chi è un bambino” come dono per l’umanità, ai suoi bisogni reali, dall’analisi delle figure di riferimento per la crescita (per esempio, la figura del padre, quale “colonna vertebrale” per la crescita), alle esperienze della comunicazione e della problematica corporea. Il lavoro corporeo e l’esperienza psicomotoria con i bambini lo portano a riscoprire il valore del movimento, del gioco, delle differenti attività che permettono di costruire l’aquilone e di orientarlo verso correnti favorevoli.

L’autore nel Prologo afferma che “quello che queste pagine vorrebbero testimoniare, con modestia e passione, è anche il contributo che la psicomotricità può offrire insieme alle altre discipline umanistiche, per la vita e il benessere dei nostri bambini, quando stanno bene e quando manifestano un disagio, piccolo o grande”. Alcuni versi di una canzone di Giorgio Gaber: “Non educate i bambini / ma coltivate voi stessi, il cuore e la mente, / stategli sempre vicino, / date fiducia all’amore / il resto è niente”, sono il filo conduttore  di questo percorso, che accompagna gli adulti alla scoperta del proprio figlio.

 

PERCHE’ LO CONSIGLIO – E’ un libro scritto con la mente e con il cuore, con spontaneità e riflessione, in cui esperienza e conoscenza scientifica, si intersecano tra loro. Il linguaggio semplice esprime contenuti profondi, facilita la riflessione personale del lettore coinvolgendolo profondamente nei processi descritti, relazionali ed affettivi.  La professione che svolge – lo psicomotricista - emerge nella sua complessità, ma nel contempo, per la chiarezza esemplificativa, è facile comprenderne i fondamenti scientifici.

Il maestro degli aquiloni non è solo per i genitori e gli educatori, ma anche per i professionisti che operano con i bambini a livello preventivo, educativo e terapeutico, con un’impostazione a mediazione corporea.

 

QUALCHE PASSO –

 

“I bambino sono “domande” che camminano, corrono, saltano, ca­do­no, gio­ca­no, pian­­go­no, ri­dono...

Sono domande di cibo, amore, cura, ascolto, parole, silen­zio, tempo, spa­­­zio, avventura, sicurezza, bellezza, conoscenza, movimento, gioco…

I nostri bambini, con la loro fragilità, ci mostrano che la vita di o­gnu­­no è ac­cettare di es­sere “fatti” dagli altri.

Quanta cura mettiamo a “farli”, a crescerli ed educarli, “mettendoli al mon­do”, di nuovo, ogni giorno!

Ma anche loro ci “fanno” e non solo perché spes­so ci “fregano” con la lo­­ro vivacità e furbizia! Ci “fanno” perchè con la loro presenza e sor­pre­­sa quotidiana, ci do­nano di approfondire il nostro es­sere padri, ma­dri, inse­gnan­ti, educatori…Chi siamo, cosa speriamo, a cosa educhia­mo, quali valori viviamo e vogliamo tra­smettere?

I bambini ci danno da “fare”ogni momento. Lo sappiamo bene! Ma allo stesso tempo ci donano di “essere” e viene il giorno che com­­pren­diamo che si educa più con “quello che si è” che con “quello che si fa”.

“Torna bambino: chiedi ancora”, ci dice lo scrittore C.S.Lewis.

Così, se leggerete queste pagine, troverete che parlare dei bambini è an­che parlare di noi, farci domande.

Questo libro parla dei bambini, della loro crescita, del corpo, del movimento, del gioco, del dise­gno, della parola, della relazione tra cor­po, movimento e ap­pren­di­mento, di quando i bambini esprimono un disagio: sono aspetti reali, concreti, del fare e dell’essere dei bambini.

Parla anche della  relazione educativa, tra noi e loro.

“Il maestro degli aquiloni” racconta di un aquilone, del vento e di un mae­stro. Insieme scopriremo il senso del titolo, tra le pagine del li­bro”. (pp. 17-18)

 

 

“Sia­mo preoccupati perché non sta mai fermo, a casa ne combina di tutti i colori, a scuola è distratto, gironzola per l’aula e le maestre non sono contente. Ha iniziato a rimanere indietro con l’apprendimento.

Con gli altri bam­bini fatica relazionarsi, si comporta ag­gres­siva­mente o si isola, nel gioco non accetta di perdere e continua a vo­ler cam­biare  attività. E’ ostinato, ribelle, si arrabbia da niente, con scat­ti ner­vosi. Gli abbiamo fatto fare nuoto ma si è stufato, ora va a ju­do”.

Ascolto i genitori di Davide, un bambino di otto anni.

E’ quasi sempre così: fino a cinque sei anni i bambini sono con­siderati dei piccoli abitanti del magico mondo del gioco e della fantasia. 

A volte ci si accorge che qualcosa non va, nella loro crescita, ma si e spesso: “cre­sce­rà, è piccolo!”. 

L’incantesimo si rompe quando inizia la scuola e, se l’ap­pren­di­men­to co­min­cia a non andare bene, crescono l’ansia e la preoc­cu­pa­zione e a volte si cerca aiuto.

 Faccio lo psicomotricista, lavoro con i bambini e i preadolescenti, valo­­rizzando il cor­po e il movimento come espres­sione dell’identità di ognuno e del­­­la relazione con gli altri, come aiuto per superare le dif­ficol­tà della crescita e ac­qui­sire una migliore a­r­mo­nia e benessere.

Ma cosa c’entra il rendimento scolastico con il corpo e il movi­mento?

Perché un bambino che a scuola fa  fa­tica, oggi è venuto da me?

Vedo Davide che si muove nervosamente su e giù per il corridoio della sala d’ac­coglienza, sotto lo sguardo dei genitori. Indos­­sa una tuta rossa, larga in­tor­no al corpo, sembra che  un vento dentro di lui la muo­va inces­san­temente.

Un’immagine prende forma nel mio sguardo: un bambino, come un aquilone rosso.

Davide è un bambino biondo, magrolino, il viso è teso. Arriva su consiglio di una mae­­­­­­­stra, preoc­cupata per le diffi­colt­à sco­la­stiche. An­che i ge­nitori sono preoc­cupati e desiderosi di aiutare il loro bambino a stare meglio.

Mentre lo attendevo ho letto la sua scheda personale: ha otto anni, è ori­gina­rio della Russia, è stato adottato all’età di un anno, alla scuola del­l’infanzia era molto “vivace” e ora che fa la terza elementare ha diffi­coltà scolastiche e relazionali. Non vado oltre nella lettura: desidero mante­ne­re uno sguar­do il più possibile “libero” e personale per incon­trarlo e lasciare che sia lui a parlare di sé.

 Davide cammina attaccato alla mamma, silenzioso, sembra un “a­quilone” riposto nella scatola. Lo sguardo è abbassato.

Entrati nella stanza faccio cenno ai genitori di sedersi sulle sedie che ho preparato e invito Davide a giocare come desidera. Rimane in piedi vicino alla mamma, sguar­do verso terra, avverto la tensione nelle sua spalle. I genitori mi raccontano un po’ la sua storia. Chiedo loro alcune cose sui primi anni di vita e poi comunico a Da­vide che rimarremo da soli. Fa cenno di sì con la testa e dopo poco siamo soli dentro la stanza.

Mi muovo nella stanza e invito Davide ad esplorarla con me.

E’ un attimo e l’immagine che mi si stava formando di lui va in mille pezzi! Sembra tra­sformato e inizia a correre verso la zona del tap­peto grande, lo fa saltare verso l’alto; ti­ra fuo­ri tutti i palloni dalla cesta e li lancia nella stanza, rovescia i birilli, le scatola dei soldati e degli anima­li…in poco tempo la stanza è a soq­quadro!

Tutta la tensione accumulata si scarica nella foga del movimento.

Sem­bra che sia passato un tornado!

C’è un attimo di tregua e ora si dondola sul pallone grande. Mi dondolo an­che io sull’altro pallone. Lo sento che parla tra sé.

Ora va a giocare a pallacane­stro, smette e prende la scatola del treno, si siede per terra iniziando a costruirlo. Dopo poco si alza e mi dice che gli scap­pa la pipì e ha sete.

Gli dico che è quasi ora di salutarsi e tra pochissimo potrà andare al bagno e be­re e che ora farò entrare i suoi genitori. (pp. 30-31).

 

“Se immaginiamo che l’avventura del pensiero e della conoscenza siano in un bambino come un albero che cresce, esso ha le sue ra­dici nella terra del  corpo come emozione e relazione.

Abbiamo visto che il bambino alla nascita è tutto corpo e si esprime con il tono e il mo­vimento e le esperienze dei primi anni sono il ter­reno fertile dal quale anche il pensiero potrà crescere e fiorire in tutta la sua bel­lezza.

Scrive Tolkien, l’autore de “Il Signore degli  Anelli”, che “ le radici profonde non gelano mai”.

E’proprio così: l’ascolto empatico del bam­bino, la soddisfazione dei suoi bisogni fondamentali, l’esperienza graduale della frustrazione, la capacità di dan­­zare con lui i passi di una relazione d’amore ricca di emozioni, ge­sti e parole, tra dipen­denza e autonomia, tra vicinanza e distanza, favoriscono nel bam­bino una serena vita emozionale e re­la­zionale, un armonico sviluppo psicomotorio.

Gli consentono anche di approdare al tempo opportuno alla “gioia di studiare”: leggere, scrivere, ap­prendere, scoprire quanto l’in­telligenza e la creatività dell’uomo hanno saputo pensare e creare.

Così ogni bambino, secondo le sue capacità originali, giunge a parte­cipare con desiderio e piacere alla straordinaria avventura del­l’ap­pren­dimento e della conoscenza e partecipa dell’opera più straordinaria del­l’uomo: la cultura.

Se il terreno della crescita è invece povero di es­perienze corporee signi­ficative, per le più varie ragioni, e lo sviluppo psicomotorio è disar­monico, anche l’albero del pens­iero facilmente cre­scerà li­mitato, povero, fragile, rinunciando ad ampi orizzonti, chiu­dendosi in se stesso oppure crescendo a dismisura ma per­dendo il con­tatto con la realtà e gli altri. La testa è staccata dal corpo, sono come due amici che non comunicano tra di loro! Come avviene al nostro amico millepiedi, che un giorno “si fermò, ci pensò a lungo e non riuscì più  a muoversi”.

    

Quando i bambini a scuola mostrano disagio, spesso la scuola e la fa­mi­­glia si soffermano sul sintomo: scrive male, legge male, non com­prende le lezioni, disturba, è disattento, non ha voglia, ecc. 

Ogni bambino è una storia a sé e va osservato e valutato con atten­zione e rispetto da chi ne è competente, approfondendo la conoscenza del periodo di vita che sta vivendo, della sua storia precedente, del contesto familiare e rela­zionale nel quale vive. Va valutato lo sviluppo psicomotorio in tutti i suoi aspetti, da quelli organici e fisiologici a quelli cognitivi ed af­fettivi.

Ma spesso alla base di un disturbo dell’apprendimento vi è proprio una disarmonia psicomotoria.

La psicomotricità allora è una strada di aiuto, non la sola, non la risposta ma­gica per tutto.

Può aiutare un bambino nelle sue difficoltà di ap­prendimento, quan­do esse siano il luogo in cui si manifesta un disagio psi­coaffettivo e rela­zionale, cioè dove c’è qualcosa che inter­ferisce tra le potenzialità e le realiz­zazioni. E’proprio questo scarto tra le com­petenze reali e quelle po­tenziali del bambino, lo spazio di intervento della psico­motricità.

     A volte con i bambini occorre tornare indietro nel tempo, lasciare per un poco da parte le com­petenze cognitive e ri­cominciare dal corpo emozionale, per rifare la strada verso una parola “agita” dal corpo, che sia davvero comunicazione e giunga poi armoniosamente al pensiero e alla parola. E’ come quando si vede che un fiore fatica a crescere: non lo si tira dalla testa ma si cerca di mi­gliorare il terreno!!

 

Il corpo è troppo importante nella relazione educativa e di appren­di­men­to! Se educare è etimologicamente e-ducere, cioè condurre fuori, essa è azione che guida e sostiene la persona a prendere coscienza di sé e ad aprirsi verso la realtà. Solo una domanda, ormai vi sarete abituati!

Come si potrà educare ed insegnare senza competenze teoriche, pra­tiche e vissute del corpo proprio e altrui?” (Pp. 234-236).

 

 

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