
Vorrei dirti tutto di me
nella coppia e nella famiglia
Gilberto Gobbi, nato a Bovolone (VR) nel 1937, ha studiato filosofia, psicologia e pedagogia. E’ psicologo, psicoterapeuta e sessuologo. Ha operato nel settore dell’orientamento scolastico e professionale, in équipe psico-medico-socio-pedagogica per l’handicap, e per 18 anni in un Consultorio Familiare d’ispirazione cristiana, di cui per otto è stato direttore. I suoi interessi da anni si sono focalizzati sulle dinamiche relazionali, sulle problematiche della coppia e della famiglia e sulla sessualità. E’ stato fondatore e presidente del Ciserpp e fondatore e direttore editoriale della rivista ReS. Ha svolto relazioni in congressi, convegni ed ha partecipato come formatore ad attività per operatori sociosanitari e scolastici. Lavora in Verona come psicoterapeuta, individuale e di coppia e come sessuologo. E’ autore di numerose pubblicazioni, articoli e libri, tra cui Coppia e famiglia. Crescere insieme (1996), Psicomotricità e dintorni (1999), Il corpo in gioco (a cura di, 2002), Il padre non è perfetto (2004), Mi serve aiuto… e se mi rivolgessi allo psicologo? (2008). L’ultima pubblicazione è del giugno 2008: Vorrei dirti tutto di me, che viene presentata.
Di che cosa tratta
Il libro si articola in sei capitoli, in cui sono affrontati aspetti diversi della comunicazione della coppia, partendo da alcuni interrogativi sul matrimonio e sulla coppia nell’odierna società, sul codice simbolico e dell’unione e sui requisiti psicosociali della “coppia felice” e sulle problematiche della scelta. Si affronta la comunicazione della coppia come mezzo di individuazione del soggetto, di coesione della coppia, di parità valoriale delle persone. Sono analizzati i vari tipi di comunicazione, verbale e non verbale, i molteplici linguaggi, per soffermarsi sugli ostacoli propri della comunicazione egocentrica all’interno della stessa coppia e della famiglia. Un capitolo è dedicato ad una particolare comunicazione privilegiata della coppia: quella sessuale, perché l’Autore è convinto che la dimensione sessuale della persona ha un suo specifico linguaggio nella relazione di coppia, nel bene e nel male, come fattore per col costituzione e la crescita dell’unità, dell’intesa, della complicità e dell’intimità, o come causa di conflitto e di disfacimento dell’unione stessa, assieme ad altre problematiche. Dopo aver analizzato le disfunzioni della comunicazioni sessuale, il percorso si chiude con la ricerca dei fondamenti e degli strumenti del dialogo
All’inizio di ogni capitolo vi è la presentazione di una situazione relazionale di coppia (prologo), imperniata su aspetti differenti della comunicazione, che permette di anticipare, attraverso la vicenda raccontata, i contenuti analizzati. Il valore di tali racconti sta nell’essere uno spaccato di possibili situazioni di coppia generalizzabili. Ogni capitolo, poi, termina con schede di riflessione, che da personale può e deve diventare di coppia, perché le griglie di lavoro sono inerenti a problemi, aspetti, vissuti della relazione del soggetto e della coppia nel farsi quotidiano.
Di che cosa parla
Il libro, con un linguaggio accessibile, presenta il mondo affettivo-relazionale del singolo e del contesto coniugale, filtrato attraverso le espressioni molteplici della comunicazione. L’ottica è la relazione coniugale e familiare attraverso l’amnalisi della comunicazione, nei suoi aspetti più profondo (nascosti) e in quelli comportamentali (visibili). La comunicazione è fattore determinante per la costituzione, la continuità o l’interruzione della vita della coppia. L’Autore, nel privilegiare l’analisi della comunicazione di coppia, ripete, però, che la riuscita di una buona tecnica della comunicazione non sia sufficiente per la riuscita del matrimonio: non cancella i deficit di personalità, le incomprensioni tra le persone, le diversità dei vissuti, anzi questi aspetti sono presenti per confermare che occorre sempre la disponibilità interiore a creare in clima psicoaffettivo costruttivo. Con questo presupposto, di una disponibilità interiore alla progettualità psicoaffettiva, la comunicazione diviene strumento da usare nella coppia in cui sono coinvolte delle anime, con le loro emozioni, gli affetti, le attese, gli investimenti valoriali, i progetti: la propria vita.
Se l’istituzione matrimoniale è socialmente in crisi, occorre cogliere il senso di quanto accade e interrogarsi sul codice simbolico della coppia d’oggi, per capire che i processi comunicativi attraversano ogni attimo della vita singola e di coppia e possono diventare processi di unità o di disunione e conflittualità.
Perché lo consiglio
Lo consiglio perché il singolo e la coppia si possono riconoscere in un percorso di costruzione e di rivitalizzazione della vita relazionale. Possono trovare risposte di fronte all’esigenza di chiarezza, senza finzioni, sulla relazione, sul bene, sulla capacità di trovare uno spazio di costruzione della coppia, in cui i due si ritrovino “bene”. Il libro diviene così un accompagnamento sereno e costruttivo.
E’ un libro che apre l’orizzonte e proietta verso una costruzione positiva della vita di coppia fondata sui valori. Al di là di alcuni aspetti tecnici necessari, senti che l’Autore crede in questa possibilità. Nell’epilogo del libro termina con una frase di Heguet “…avete ora tutte le carte in mano per affrontare venti e maree. Vi auguro, allora, un inverso favoloso…”.
Qualche passo
Pragmatismo funzionale – “La realtà, oggi prevalente, è che il matrimonio appare ai giovani sempre più come un evento problematico a causa della loro condizione “marginale” nella società industriale avanzata, mescola insieme “infantilizzazione”, passività e nuove dipendenze: difficoltà di un lavoro stabile e sicuro, di disporre di risorse economiche per avere una casa e un ménage adeguato. La società sembra non riconoscere al giovane una “capacità di matrimonio”.
“Eppure la famiglia la famiglia può essere definita come quello specifico sistema vivente, culturalmente oragnizzato, che presiede al ricambio organico della società propriamente umana ed è fondato in modo tipico sulla regola dello scambio simbolico, che sottende ad un particolare incontro intersoggettivo, fatto di reciprocità nella relazione e nell’incastro dei due mondi”. […] “ Autori come R. Bellah e N. Luhmann hanno ben evidenziato come la vita familiare odierna sia sempre più presa da un ethos terapeutico-manegeriale, che ne fa luogo di pragmatismo funzionale. In sintesi significa che, se la relazione “funziona” ed è “gestibile”, dopo averla sperimentata, ci si può mettere assieme e si va avanti, altrimenti ci si separa e ciascuno tenta altre aggregazioni e altre relazioni. Si pretende che il pater sia capace di colmare i propri vuoti, lenire le ferite, dare forza e impulso ai desideri, sostenere e contenere nei momenti difficili, anticipare i bisogni, sostituirsi…, dare felicità. In tale contesto la formazione della coppia diviene il crocevia del senso d’identità soggettivo e del senso d’identità di appartenenza, fra partecipazione attiva alla relazione e ritiro in sé, in un proprio spazio personale”(p. 28/29).
Gesti e parole – “L’esperienza conferma come le parole non siano assolutamente necessarie per la comunicazione; spesso un gesto della mano, la mimica facciale, la strizzatine d’occhio, la postura corporea, una mano sulla spalla, uno sguardo, l’avvicinamento, l’allontanamento, una carezza, un contenimento, un abbraccio sono molto più significativi di un lungo discorso.
Il coniuge con il comportamento (comunicazione verbale e non verbale) trasmette messaggi di cordialità, di serenità, di desiderio, di sofferenza e di travaglio interiore; di accoglienza, di rifiuto, di indifferenza; messaggi di spontaneità, di non curanza, di ricercatezza. Da ciò derivano le nostre differenti immagini, che cerchiamo di proiettare fuori di noi a chi è nel nostro spazio. Lo stesso aspetto esterno è connesso alla presentazione di un’immagine di noi, cioè è conseguenza di un processo consapevole o inconsapevole con cui ci presentiamo all’altra persona. In questa nostra presentazione vi è una certa costanza di comportamento, siamo spesso ripetitivi.
Tutto ciò è di rilevanza fondamentale anche per la vita di coppia, perché la frequentazione e la conoscenza reale permettono di acquisire il codice, che facilita ai coniugi il saper leggere i contenuti l’uno dell’altro senza interpretazioni personali.
Sappiamo che le eccessive interpretazioni dei contenuti e del comportamento tra coniugi arrecano parecchio danno alla dinamica della relazione. Tra l’altro, uno psicologismo diffuso nelle nuove generazioni è in contrasto con la spontaneità e la semplicità della relazione stessa, che viene complicata da una supponente capacità interpretativa. Si vogliono vedere e scoprire significati nascosti in ogni pur piccolo movimento del viso o inflessione della voce. Qualcuno potrebbe dire: “Lasciami vivere! Per favore!”
Se a ciò si accomuna l’atteggiamento della lettura del pensiero – spesso presente nell’educazione dei figli e nella relazione di coppia – la vita si complica ulteriormente. Dire: “Io so quello che pensi…”, oppure “conoscendoti non potevi se non pensare queste cose…”, è un azzardo e un’intrusione manipolativa nella vita dei figli e del coniuge.
Ciascuno è persuaso di saper comunicare con le altre persone; sono le altre persone che non sanno comunicare con noi. E’ il coniuge che è carente nei rapporti di coppia, che non risponde alle attese, rimane chiuso in se stesso, non coglie le sfumature dei discorsi, non condivide, non dà ragione. In una parola, non ha empatia, come si dice oggi.
Di fronte ad una coppia in crisi, si afferma che i due non comunicano, che da tempo è cessata tra di loro la comunicazione. Io ritengo che, sotto l’aspetto psicologico, il problema comunicativo sia diventato una specie di capro espiatorio, su cui si fanno ricadere le cause delle disfunzioni di coppia. E’ stata anche coniata l’espressione “incomunicabilità di coppia”, cioè “incompatibilità di carattere”, che viene usata come causa di separazione: i due non avevano più nulla da dirsi, anzi non si sono mai detto alcunché, benché si trovassero sullo stesso palcoscenico ad agire una parte.
Così, per mancanza di comunicazione, con la separazione cala il sipario, i due attori escono di scena, si spengono le luci. Ciascuno si strucca, dismette il vestito, esce dalla porta, in strada. Fuori della scena non hanno nulla da dirsi, come prima, la recita-monologo è finita.
Verranno ricercate altre scene, altri vestiti, altri partners con cui recitare o meglio, poter finalmente comunicare?
Parole, gesti, posture formano l’intreccio del tessuto comunicativo della coppia coniugale. Ognuno, l’uomo e la donna, comunica all’altro la sua totalità, com’essere sessuato nella relazione. Sono due soggetti differenti per storia personale, struttura psicoaffettiva, conformazione corporea, modalità di relazionarsi e di comunicare all’altro: il loro corpo sessuato è sintesi e manifestazione della loro stessa identità.
Tale realtà è talmente scontata, per cui non si dà importanza specialmente oggi, in cui ciascuno tiene conto solo di se stesso e non dell’altro/a con la sua identità psicosessuale. Si dà per scontato che l’altro/a sia come me: sarà l’impatto del quotidiano ad imporre l’esigenza che tale differenza venga coniugata con la propria differenza. L’esigenza narcisistica, che il coniuge sia a propria immagine e somiglianza, si infrange contro l’ondeggiare dei flutti emozionali, derivanti dalle diversità.
Il corpo sessuato comunica se stesso attraverso i gesti, i comportamenti e le parole. La comunicazione dei corpi e attraverso i corpi esige che vi debba essere una ben chiara identificazione e connotazione sessuale, costantemente riconosciuta e confermata dal coniuge” (p. 54/55).
Tratti della personalità egocentrica -Nella vita quotidiana ognuno si trova di fonte ad una serie di difficoltà derivanti dalla comunicazione; difficoltà, che complicano le relazioni e la possibilità di collaborare, allontanano le persone, bloccano l’affetto e l’amore, aizzano conflitti e scatenano aggressività. La vita di coppia, con il suo farsi quotidiano, è l’ambito privilegiato, in cui la comunicazione è mezzo di coesione, di complicità, di intrinseca capacità di crescita, ma anche di allontanamento e di conflitti, come tale è l’espressione delle immaturità individuali, che divengono immaturità della coppia. Fondamentalmente le difficoltà di comunicazione possono essere ricondotte a quella forma, che s’identifica come comunicazione egocentrica; che si rifà ai comportamenti della persona egocentrica, i cui tratti caratteristici sono:
- essendo concentrata su se stessa, la persona egocentrica non presta attenzione, o molto poca, ai messaggi, ai desideri, ai comportamenti delle persone con cui è in relazione;
- tende ad escludere lo sforzo di assumere il punto di vista dell’altro, di decodificare il suo codice e di cogliere il contesto nel quale le sue affermazioni e comportamenti sono collocati;
- automaticamente proietta sull’altro il proprio schema cognitivo, lo stato d’animo e vissuto personale, deformando l’informazione e fraintendendo il messaggio;
- dà per assodato la coincidenza del significato delle parole e dello schema di riferimento, senza che ciò venga mai sottoposto a verifica;
- utilizza forme comunicative di aggressività, che gli permettono di avere il controllo della situazione (p. 111).
Sessualità come comunicazione - L’approccio alla sessualità come comunicazione di coppia è il frutto di anni di pratica clinica con persone singole e con coppie, di incontri e di conversazioni con gruppi di adolescenti, di fidanzati e di coppie giovani e meno giovani. E’ il risultato incompiuto di innumerevoli osservazioni e dati raccolti nell’esercizio della professione, di confronti e discussioni con colleghi e di un esame critico del molto che è stato pubblicato nell’ambito della sessuologia.
Come nelle varie parti del libro, cerco di conversare con il lettore, di proporre riflessioni, appunti, indicazioni, problemi aperti.
E’ evidente l’impostazione personalistica di chi scrive, che cerca nella sua professione di coniugare scienza e arte al servizio della persona, a cui sempre spetta di fare le proprie scelte. Nel vissuto della sessualità la nostra libertà e responsabilità sono costantemente in gioco, ma è un “gioco” che vale la pena di affrontare fino in fondo con la libertà dello spirito che anima la ricerca sul significato della vita.
La sessualità permea tutta la persona, nei suoi vari aspetti e dimensioni, essa è presente e profondamente coinvolta nella comunicazione, anzi, diviene comunicazione privilegiata.
La vita è segnata dalla comunicazione, che facilita la dimensione psicoaffettiva o la complica fino alle estreme conseguenze di portare il soggetto a chiudersi in se stesso e a costruirsi un proprio linguaggio, difficile da decodificare.
La stessa esperienza relazionale tra i coniugi è punteggiata sia da aperture alla comprensione e all’accettazione reciproca sia da concrete difficoltà, che condizionano molte possibilità e spesso vanificano gli sforzi tesi a stabilire un clima favorevole per un’autentica comunicazione. La sessualità, con i suoi molteplici aspetti, è parte integrante sia delle grandi aperture della coppia sia degli aspetti negativi, delle chiusure, degli abbandoni.
Occuparsi della comunicazione sessuale della coppia significa analizzare i contenuti e le modalità interattive, le forme e le tecniche, attraverso cui si agisce sull’altro o si reagisce all’altro, lo si comprende o lo si manipola; si scambiano significati, si codificano e decoficano i messaggi, attraverso la gestualità, il linguaggio del corpo sessuato e l’immaginario erotico. Significa, anche, imbattersi nel linguaggio totale (corporeo e psicoaffettivo) e nel suo uso o come mezzo di accoglienza, di arricchimento reciproco, di comprensione, o come strumento di competizione e di sopraffazione.
Occuparsi della comunicazione sessuale comporta confrontarsi con i suoi significati profondi, spesso coperti dalle parole; incontrarsi con la facilitazione alla decodificazione o con il suo divieto, come mezzo di violenza quotidiana, che scandisce e accompagna altre violenze.
Implica l’entrare nel mondo dell’interazione più profonda, nell’intimità dell’anima e del corpo, in cui l’apertura o il blocco alla metacomunicazione (comunicazione sulla comunicazione) significano coinvolgimento o rifiuto, partecipazione o adeguamento passivo e stereotipato. Nell’uno o nell’altro caso la comunicazione sessuale può diventare il paradigma della “normalità” della relazione quotidiana della coppia, con le conseguenti implicazioni positive o negative.
La sessualità umana è un campo aperto per la complessità della sua realtà, perché tocca l’intimità più profonda della persona, per il mistero e l’enigma che racchiude – è sorgente e disvelamento della vita -, per il progetto insito in essa, che si salda intrinsecamente con il progetto esistenziale di ricerca di senso e di significato della vita, per le molteplici discipline che la osservano e la studiano,
Al centro sta l’uomo con tutte le sue dimensioni: fisiche, psicoaffettive, relazionali e spirituali, con la sua storia.
Tutto l’uomo è sessuato nel mondo, nel suo pensare, progettare, agire, relazionarsi.
La sessualità va oltre l’essere “maschio” o l’essere “femmina”e, pur avendo radici in ambito biologico, lo travalica pervadendo la totalità della persona, sino alla dimensione valoriale, da cui deriva il suo significato.
La stessa corporeità è un valore fondamentale dell’uomo, che si commisura con la coscienza. Corpo e coscienza sono processi della dimensione dell’essere e del “dover essere”.
Oggi l’aspetto problematico più evidente va rintracciato non solo nel rapporto uomo-donna, ma anche nella problematicità posta dall’orientamento dell’identità psicosessuale, che coinvolge il soggetto nel suo cammino di maturazione.
Le stesse disfunzioni di coppia, dovute alle difficoltà della vita amorosa, sono incapacità di riconoscere e accettare le differenze, di entrare in una reciproca comunicazione profonda e di esprimersi come donazione totale l’uno all’altro. Sono disfunzioni, che vanno lette come difficoltà della dimensione esistenziale, per cui le disfunzioni nella comunicazione sono fenomeni che rimandano a un malessere personale e della coppia, come pure vanno ricercate nella dimensione esistenziale le difficoltà nell’orientamento psicosessuale che tanti giovani vivono (p. 131/132).
Che cosa non è il dialogo - Dopo aver detto in che cosa consiste il dialogo, ci si deve fare la domanda che cosa non è il dialogo nella vita quotidiana. Il suo approfondimento ci porta alla constatazione di una serie di atteggiamenti e di comportamenti, che costituiscono il tessuto di una comunicazione non dialogica.
Innanzi tutto il dialogo oltre la conversazione, che tocca superficialmente argomenti senza coinvolgimento personale. E’ un dato di fatto che molte conversazioni si fermano alla superficie, non hanno coinvolgimento personale, perciò non sono dialogo, anche se il clima in cui si svolgono è calmo e tranquillo e non vi è conflittualità. Queste fanno parte di comunicazioni, in cui sono trasferite conoscenze e indicazioni, che in prospettiva possono creare il clima e le condizioni per un dialogo tra persone che si aprono e manifestano quello che vivono, sentono, provano.
Certamente non possono essere ascritte al dialogo la polemica e la controversia tra posizioni ideologiche differenti e il confronto realizzato con tali caratteristiche. Al dialogo non appartiene neppure il confronto di idee, in cui predominano atteggiamenti pregiudiziali. Anche nella coppia vi possono essere da parte di ognuno dei due dei pregiudizi nei confronti del partner; pregiudizi, che operano in modo sotterraneo e che vanno ad interferire pesantemente nella relazione.
Di per sé non è dialogo neppure il confronto di idee, perché tende ad essere un atteggiamento di giudizio, positivo o negativo, nei confronti dei contenuti espressi da ambo le parti e spesso delle stesse persone. Tanto meno è imposizione d’idee, con qualunque mezzo e modo essa avvenga. L’imposizione è controllo, potere, soprafazione.
La stessa relazione d’insegnamento, in cui chi apprende e chi insegna si trovano su piani diversi, non è una relazione dialogica; tuttavia questa dimensione è determinante per il processo d’apprendimento, che richiede che da una parte vi sia conoscenza e dall’altra disponibilità e apertura.
Spesso vi è l’illusione che le conversazioni tra genitori e figli appartengano al dialogo, perché i genitori ascoltano e i figli poi fanno quello che vogliono. In queste situazioni i genitori abdicano alla loro funzione genitoriale, comunicando un atteggiamento d’impotenza, di non d’ascolto fattivo. Il dialogare comporta che genitori e figli si ascoltino, si comprendano, esprimano il loro sentire, le ragioni; ma il dialogo esige che non si abdichi alle proprie funzioni: la comprensione, l’accettazione dell’altro, la compartecipazione richiede che i dialoganti siano se stessi e si assumano le proprie responsabilità.
Il dialogo non è neppure una tecnica, con cui apprendere a parlare, a relazionarsi e a condurre una conversazione.
Già ho affermato che la tecnica non insegna ciò che deve nascere da dentro, ma solo delle modalità con cui interagire e creare un clima che faciliti il dialogo (p. 2342/235).
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