lunedì 21 aprile 2008

TESTIMONIANZE


Carlo Massa

Tutto me stesso prima di morire. 
Note dalla malattia

Ed. Servitium, 2008, p.87, euro 12



L’autore

Carlo Massa è nato a Napoli, nel 1942. Nel 1963 entra in Rai, cura per Radio3 vari programmi culturali. Dal 1979 realizza per la televisione programmi di cultura a sfondo sociale, come “Un giorno in pretura”. Nel 1994 esce dalla Rai e sia afferma come autore indipendente girando documentari che hanno spesso per oggetto la diversità: gli Indios della Patagonia, gli Inuit della Siberia, i maori, i nomadi rumeni.
E’ morto nell’agosto del 2007, dopo una lunga malattia
.

Di cosa tratta

Il libro raccoglie nove articoli scritti dall’autore nell’arco di due anni di malattia, pubblicati sulla rivista Viator (http://www.viator.it/).
Nella bella introduzione di Gabriella Caramore e nell’intervento del Prof. Ignazio Marino sono presenti altri spunti, anche in relazione ai temi pubblici intorno all’eutanasia, il testamento biologico e il senso del “curare”.

Di cosa parla

Volevo essere tutto me stesso prima di morire”. Sono le ultime righe di questo prezioso libro dove l’autore decide di parlare della “bestia” che ha preso lentamente posto nella sua vita, dei medici incontrati, gli ospedali, le cure, del duro “lavoro” dell’essere un “paziente”..Pian piano però il suo diario si apre alla vita interiore e Carlo Massa ci offre riflessioni profonde sulla vita, la malattia, la morte, l’amore, la relazione con gli altri e con se stesso. Sono pagine di testimonianza viva e palpitante di una lotta contro la malattia ma anche contro il cedimento e infine di una lotta per fare della propria morte un atto consapevole di vita. Prende così forma l’esigenza e il desiderio di vivere secondo un’etica forte, impregnata di valori.
Il dialogo sincero non nasconde la paura che sfianca e il bisogno di amore, l’unica risorsa capace senza infingimenti di “vivere” davvero l’avvicinarsi della morte e di morire come si è vissuti: nell’amore. Perché di tutto, questo è ciò che conta e che resta. L’amore che abbiamo saputo accogliere e suscitare, ospitare e trasformare. Mi fermo qui e lascio più spazio e tempo alle parole dell’autore.

Perché lo consiglio

Perché è un libro vero, capace di rendere ragione alla parola e al silenzio, da accostare come ci si accosta ad un amico malato con la coscienza chiara che è lui il “maestro” da ascoltare, capace di farci crescere in umanità.
Al termine della lettura a Carlo Massa, come un “grazie”, e a quanti stano vivendo consapevolmente la morte che giunge, con delicatezza porgo due piccole poesie:

“Oh Signore,dà a ciascuno la propria morte, una morte che scaturisca da una vita in cui ciascuno abbia avuto amore, senso, pena” (R. M. Rilke).

“Non basta la terra a seppellire un uomo. Che ognuno abbia un cuore che lo accoglie, in vita come in morte” (D. Ciardi, Non basta la terra, Ed Qiqajon)


Qualche brano

Sono le quattro circa del mattino. Esco faticosamente da un sogno a causa di un dolore alla parte sinistra della testa. Questa volta è un po' più forte del solito e non va via dopo qualche minuto. Cerco di non dar­gli importanza e di riprendere sonno ma non ci rie­sco. Alla fine mi alzo e ricorro a un blando sonnifero. Nell'attesa che faccia effetto, la mia testa comincia a elaborare pensieri, ipotesi, fantasie…È la prima volta che il tumore si fa sen­tire in modo chiaro. Fino ad ora solo vaghe avvisa­glie, subito sopite. Fino ad ora lo vedevo solo cresce­re, dei piccoli noduli sul collo e sulla guancia, ma non faceva male. Questo vuol dire una cosa precisa, lenta ma inesorabile. Comincio ad aver paura. In realtà un vago dolore era iniziato quest'estate, in Finlandia. Sempre a letto e di notte. Era stato come se mi dicesse­ devi fare i conti con me, quando e come dico io. Ero riuscito a non dargli retta. La prima volta mi sono al­zato senza far rumore, per non svegliare S. che mi dormiva accanto, e sono andato nel soggiorno della casa dove eravamo in vacanza. Dall'ampia finestra il giardino, che terminava a ridosso della parete di co-nifere e betulle, appariva rischiarato dalla luce cre­puscolare delle estati nordiche. Una bellezza strug­gente che mi ha ricordato per un lungo attimo di smarrimento che avevo una malattia grave. La bellez­za e la gioia si definiscono con maggiore intensità quando ci assale la paura di perderle.


Comincio a guardarmi attorno con più attenzione e mi rendo conto che la malattia non è solo un pro­blema per il malato ma, ovviamente, anche per chi gli sta accanto o attorno. Parlarne o non parlarne? Mi­nimizzare o consentire agli altri di partecipare al no­stro dramma? Cercare conforto o verità? Le risposte non sono facili e scopri che te le devi inventare con­tinuamente e che soprattutto ciò che va bene oggi può non andar bene domani… Il problema vero è che questa è una società che non è più attrezzata, ad affrontare la vec­chiaia, la malattia e la morte. Tutte queste cose sono state bandite, accantonate e rimosse come macchine da rottamare… Siamo orfani e soli. La paura genera altra pau­ra. L'unico modo per me di sconfiggerla è quello di cercare di guardare in faccia alla realtà, mettendo questa esperienza in comune con gli altri, senza na­scondermi. Il che spiega perché sono qui a scrivere questo "diario di bordo".


L'altro modo per affrontare il problema, non ne­cessariamente alternativo, è quello di rifugiarsi nella fede. Ma quella, come sappiamo, non te la puoi im­porre con la volontà: o c'è o non c'è. E, se non c'è, devi affrontare il cammino da solo, con le tue forze che sono sicuramente più consistenti di quanto pos­siamo immaginare. Sono tra quelli che, come Tiziano Terzani, pensa che il vero miracolo sia l'uomo, con la sua capacità di credere profondamente in qualcosa, non importa cosa, che alla fine lo può anche salvare. Non c'è in questo un atto di superbia della ragione, al contrario sono consapevole che non tutto si esau­risca con essa, ma che anzi ai suoi confini inizi un ter­ritorio illimitato che si chiama Mistero. Da sempre, da quando almeno ho abbandonato le sponde tran­quillizzanti della religione materna, sono rimasto af­fascinato da questo mistero che ci circonda e dal quale mi arrivano continui stimoli e richiami. La na­tura con la sua perfezione e bellezza oppure certe manifestazioni dell'animo umano mi hanno aiutato nel tempo a formarmi un'idea tutta mia del sacro, a cui cerco di rimanere fedele. Un'idea forte, anche se dai confini vaghi, che mi aiuta nel mio percorso di ri­cerca. Adesso la malattia non mi ha convinto a muta­re orientamento perché troverei di pessimo gusto farlo solo per paura. Anzi mi sembra giusto dare te­stimonianza del fatto che un laico possa affrontare l'idea della morte a testa alta, forte di un suo sistema di valori che non ha bisogno della promessa di premi o punizioni per trovare una legittimazione. Senza provare imbarazzo nell'ammettere che molti di que­sti valori provengono sicuramente dal vangelo.


È importante per me precisare che io parlo da una posizione di privilegio e che ne ho consapevolezza: ho degli strumenti per gestire ciò che mi è capitato.. Strumenti potenti come la parola e la capacità di organizzarla per raccontare di me, per riflettere e per costruire argini contro la paura. Le parole creano realtà, riempiono il vuoto di senso e il senso di vuoto, specie quando non si offre una sponda metafisica al nostro stare al mondo. Le parole offrono legittimità e diritto di cittadinanza a sentimenti, stati d'animo, sensazioni, pulsioni che, altrimenti, rimarrebbero a livello di magma indistinto che pur si agita in noi e diventa dolore sordo e incomprensibile. Fonte non di rado di gesti estremi e inconsulti che si danno solo perché ragione e sentimento non entrano più in con­tatto reciproco.
Questo parlare della malattia e dei suoi dintorni produce inoltre reazioni, mi aiuta a sentirmi più in contatto con quelli che amo perché, a questo punto della storia, tutti sappiamo a grosse linee cosa sta succedendo e ciò mi libera dal senso di incomunica­bilità che tali situazioni inevitabilmente creano. E persine da quella vaga sensazione di disagio o di "vergogna" che molti inducono nei malati con un at­teggiamento pietistico e imbarazzato. Ad avvalorare l'idea che la malattia sia appunto una vergogna da mimetizzare se non addirittura da nascondere. Sino a negarla a livello semantico, non concedendosi que­sti signori neppure le parole che la connotano, co­me, ad esempio, cancro e tumore, ma solo penosi eufemismi che trovano la loro apoteosi negli annun­ci mortuari dei giornali. Perché la malattia, quando non ricopre un carattere esplicitamente passeggero, diventa, di per se stessa, segno di estraneità, di man­canza, di non appartenenza a una società i cui miti e i cui valori vanno in direzione opposta. Una società che si sente minacciata, nella sua illusione di onni­potenza, da tutto ciò che l'uomo non ha la certezza di poter controllare, come appunto la vecchiaia, la malattia e la morte.

Mi sono prefisso così di urlare. Di urlare la mia voglia di esserci, di vivere, ma anche di condividere con altri la cognizione del dolore. Perché è a partire da questa che possiamo rintracciare il bandolo della matassa. Perché solo con l'assunzione in prima per­sona del dolore altrui noi possiamo provare reale pie­tà per noi stessi. Una genuina pietas che cessa d'esse­re penoso pigolio, piangersi addosso, vittimismo im­potente e diventa assunzione responsabile e stoica della nostra condizione umana.

Sto per andare a letto, dove sperimenterò se le nuove medicine riescono a darmi un sonno tranquillo.Mi piacerebbe in realtà riuscire a dormire meno, in questo momento della vita, per dedicare più tem­po alla scrittura. Perché ho fretta e urgenza di dire, per avere in qualche modo la conferma di aver vis­suto. Secondo gli indios mapuches della Patagonia, le stelle che brillano nella notte altro non sono che i fuochi presso i quali i loro antenati si raccontano le storie di cacce, di guerre e di amori. Come a dire che i racconti sono l'unica traccia che gli uomini la­sciano dietro di sé, l'unica realtà che ci sopravvive. Finché qualcuno avrà occhi per fissare la notte.

Mi viene spesso in mente l'immagine di un film che ho già precedentemente citato e che, più passa il tempo, più mi appare come una metafora perfetta della mia condizione: la partita a scacchi che il cava­liere al ritorno dalle crociate ingaggia con la morte, nel Settimo sigillo di Bergman. L'uomo sa che per­derà, ma tenta ugualmente, chiedendo al suo avver­sario, in caso di vittoria, una semplice dilazione per avere il tempo di rivedere la donna amata. In realtà è il tempo stesso della partita - il gioco degli scacchi, si sa, può anche durare molto a lungo per legittime pause - a concedere al cavaliere ciò che vuole. In una notte di orrore e di magia riscoprirà che l'unico sen­so che offre la vita è l'amore. L'amore tra esseri uma­ni e per la natura, con il mistero che sottende. Que­sta scoperta o ri-scoperta fa in realtà di lui il vincito­re della partita.
Anch'io sono impegnato in una lunga partita a scacchi, anch'io so di perdere, ma, avendo accettato di giocarla, sto scoprendo l'amore così come non mi era mai capitato prima. Un amore di cui mi viene continuamente di parlare perché mi sembra che ri­vesta caratteristiche nuove e per me sconosciute. Un amore che, giorno dopo giorno, cresce attorno £ me, suscitato anche da una mia attenzione per gli altri che non è mai stata così forte. Un amore che genera amore, al di là della paura e della morte o forse proprio perché tutte le persone che mi amano tifano per me in questa partita, iniziando a comprendere che la vera posta in gioco non è la mia sopra­vivenza fisica. Da qui e solo da qui scaturisce la forza che mi aiuta a combattere la paura, una paura che non si può mai sconfiggere una volta per sempre e che, quando meno me l'aspetto, mi afferra alla gola. E questa forza che cresce anch'essa parallela, sempre più produce gioia perché mi allontana dall'incubo nel quale sarei immerso se non avessi trovato queste risorse.

Nella camera d'ospedale a due letti c'era, insieme a me, un uomo semplice. Ci scambiavamo parole di generico conforto e reciproche cortesie, ma niente di più perché lui era intimidito dai miei libri e dal mio computer, e a me sembrava di non poterci tirar fuori di più. Una sera mi chiese una lettera per l'imminen­te compleanno della figlia che, insieme alla moglie, veniva tutti i giorni a trovarlo. Alle mie obiezioni che non la conoscevo lui rispose, con un tono di totale fi­ducia, che io sapevo le parole giuste, quelle parole che lui mai aveva trovato. Scrissi la lettera, gliela les­si e vidi lacrime nei suoi occhi buoni. Mi ringraziò con un piccolo dono e, quando stava per uscire, alla domanda se fosse contento: «Sarei più contento di stare ancora due giorni, fino alla sua partenza, per farle compagnia» mi disse.
Non so se sono stato capace di fargli capire che il vero regalo l'ha fatto lui a me.

Volevo essere tutto me stesso prima di morire.

(pier paolo gobbi)

1 commenti:

Angela ha detto...

quanto è meravigliosa la creatura umana quando si libera dalla paura...grazie!
angela