
Marco Vannini
La morte dell’anima.
Dalla mistica alla psicologia.
Collana “Saggi”, Le Lettere, Firenze, 20032, pp. 355, euro 20,00
L’AUTORE
Fiorentino, estraneo al mondo accademico, Marco Vannini da vent’anni cura le edizioni italiane delle opere di Meister Eckhart e di tutti i maggiori esponenti della cosiddetta mistica renana.
Anche Civiltà Cattolica (2004, IV, 235-244) non ha potuto disconoscere la sua competenza in materia, mentre sanciva autorevolmente sancito l’“eterodossia” delle sue posizioni.
Negli ultimi anni Vannini, infatti, ha unito al lavoro “filologico” quello più propriamente filosofico, proponendo un’attualizzazione degli insegnamenti dei grandi mistici speculativi dell’Occidente, mediata dalla lezione hegeliana.
Così, da ultimo, ha pubblicato Tesi per una riforma religiosa (Le Lettere, 2006) e La religione della ragione (Mondadori, 2007, con prefazione di Roberta De Monticelli).
DI COSA TRATTA
Il titolo è volutamente ambiguo, perché per “morte dell’anima” si intendono due fenomeni diversi, anzi opposti, che sono richiamati dal sottotitolo.
In un primo senso (positivo), l’espressione indica l’esperienza mistica intesa come assoluto distacco e dunque superamento dell’io, svuotamento dell’anima (individuale), che, sprofondando nel suo fondo indifferenziato, diventa capace di accogliere lo spirito (universale).
In un secondo senso (negativo), l’espressione indica invece la riduzione dell’anima a “psiche” in età moderna, che ha definitivamente emarginato la vera mistica, in favore della direzione d’anime o della c.d. mistica devozionale.
L’esito laico di questo processo di involuzione per Vannini è rappresentato dalla psicologia contemporanea, che alimenta l’autoreferenzialità dell’io.
DI COSA PARLA
Vannini rievoca la genesi greca delle nozioni di “anima” e di “spirito”, che il Cristianesimo porterà a compimento.
Notevole l’attenzione dedicata a Platone, il “maestro greco dell’anima”, che ha definitivamente fissato l’idea della sua immortalità, indicando la via del distacco, perfezionata poi in particolare da Plotino.
In ambito cristiano, Vannini evidenzia l’ambivalenza di Paolo (che riconduce alla compresenza delle radici greche e di quelle ebraiche), la grandezza di Giovanni, la grandezza e l’ambivalenza di Agostino.
Nel medioevo l’attenzione di concentra su Meister Eckhart e la mistica renana in genere.
Quindi Vannini si occupa di tre esponenti chiave della filosofia moderna: Cartesio, Spinoza e Hegel.
Segue la storia della “morte” dell’anima (nel secondo senso sopra distinto), di cui è emblematica la figura di Freud, con il suo capovolgimento di Platone.
LO CONSIGLIO PERCHE’
Lo consiglio perché considero geniale la capacità di Marco Vannini di ripercorrere millenni di storia del pensiero e della religioni sulla base di pochi concetti molto definiti.
L’operazione comporta ovviamente qualche semplificazione, con la possibilità che qualcuno ne sia urtato (penso ad esempio alla riduzione della tradizione ebraica a “forma primaria dell’alienazione” religiosa).
Ma si tratta di una prospettiva suggestiva e stimolante, talvolta spiazzante.
QUALCHE PASSO
“Conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio”, ammoniva il precetto delfico. Esperienza dell’anima ed esperienza di Dio sono infatti còlte nella mistica, a vario livello, nella loro profonda unità. E’ evidente anzi che quando scompare Dio scompare anche l’anima, e viceversa: i due concetti insieme vivono ed insieme muoiono; ma vita vera essi hanno solo quando v’è un terzo concetto che li unifica ed ordina, e che è quello di spirito. Prodotto del genio greco, esso giunse a compimento nel cristianesimo” (p. 7).
“E’ molto significativo il fatto che il maggior maestro dell’anima in Occidente – al quale la qualifica di Meister è rimasta proprio come un nome – non crei affatto una dottrina sull’anima, anzi spazzi via tutti quei gradualismi, quelle definizione che pure aveva ereditato dalla tradizione monastica e scolastica” (p. 103).
“Non possiamo dare una veste “laica” al discorso eckhartiano, togliendogli il riferimento religioso, per il semplice motivo che questo riferimento è essenziale alla realtà stessa della cosa. Come dire: non v’è spirito che non sia Spirito santo. Se se si toglie il “santo” – operazione tentata più volte, nella filosofia come nella psicologia – si perde anche lo spirito, che diventa qualcos’altro, ovvero la soggettività psicologica, ricadendo pesantemente nel determinismo animale, nella regione della forza, della gravità, là dove l’anima scompare, diventando un mero oggetto della fisica, scienza, appunto, che si occupa della gravità. Ancora una volta, come si è visto, Dio e anima stanno insieme, e insieme scompaiono” (p. 142s.).
“Nel nostro mondo la alienazione di fondo - ovvero la malattia – che affligge tutta una civiltà, ha origine religiosa. E’ dal dualismo biblico infatti che proviene principalmente l’idea non spirituale di Dio come essere-altro, con tutte le conseguenti distinzioni: di Dio e non, rivelato e non, sacro e profano, ecc.” (p. 309).
“Così, all’inizio del terzo millennio cristiano, ci troviamo di fronte alla terribile afflictio animarum che deriva dalla perdita di Dio e dell’anima, ridotta a povera psiche.
Mentre si ferma all’alterità di Dio, senza riconoscerlo e senza riconoscersi come spirito, la religione non può infatti porsi come verità, e il sentimentalismo e lo psicologismo della “fede” che essa propone può forse dare qualche ristoro, ma non regge in effetti il confronto con l’intelletto illuministico… Eppure la religione possiede, nel suo cuore stesso, il superamento dell’alienazione. Dal vangelo di Giovanni alla filosofia di Hegel, la mistica ha infatti conservato, insieme, conoscenza di Dio e conoscenza dell’anima: l’esperienza dello spirito…. E, del resto, solo nel cristianesimo l’esperienza dello spirito può essere conservata, perché solo nella religione trinitaria lo spirito è possibile” (pp. 343s.).
Giorgio Danesi
diotimo@tiscali.it
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