venerdì 11 aprile 2008

LETTERATURA- ERALDO AFFINATI


" La città dei ragazzi"

(Mondadori, Milano, 2008. Pag.210,euro17))


L’autore

Eraldo Affinati, nato a Roma nel 1956, è scrittore, giornalista e insegnante. Ha esordito nel 1992 con un libro su Tolstoj: Veglia d'armi (Marietti). Il suo primo romanzo, d'impronta autobiografica, s'intitola Soldati del 1956 (Nardi, 1993). Con la pubblicazione di Bandiera bianca (1995, Mondadori, Premio Bergamo), la storia di una rivolta all'interno di un ospedale psichiatrico, si è affermato come uno degli scrittori italiani più significativi delle ultime generazioni. Il suo costante interesse per le vicende novecentesche si riflette in Campo del sangue (1997), diario di un viaggio a piedi da Venezia ad Auschwitz. Il nemico negli occhi (Mondadori, 2001) è la storia di una rivolta urbana nello scenario fantascientifico di una Roma apocalittica. Un teologo contro Hitler, Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer (Mondadori 2002) viaggio fisico e spirituale nei luoghi che videro l'azione etico-resistenziale di uno dei più grandi cristiani del Novecento. "Secoli di gioventù" (Mondadori, 2004); "Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori" (Fandango Libri, 2006). Ha curato l'edizione completa delle opere di Mario Rigoni Stern Storie dall'Altipiano (I Meridiani Mondadori 2003).

Di cosa tratta

Attraverso le storie dei suoi allievi, ragazzi giunti in Italia in fuga dalla guerra, dalla miseria, dalla violenza e ospitati alla "Città dei ragazzi" (istituzione educativa fondata dopo la seconda guerr amondiale per gli orfani di guerra), l’autore intraprende progressivamente un viaggio doloroso alla ricerca delle proprie radici, svolgendo una profonda meditazione sulla paternità e sul senso profondo del "mestiere" di vivere e d iinsegnare.
Di cosa parla

“Ciao Caro Raldo, sono tuo studenti Hafiz…”.

Inizia così il nuovo romanzo di Affinati e leggerlo è mettersi in viaggio sulla strada per “fare di noi l’uomo”. Dopo la fine della seconda guerra mondiale erano gli orfani di guerra. Oggi i loro nomi sono Omar, Faris,Hafiz, Jean, Mihai, Petrit… Sono i bambini-ragazzi che giungono dal Maghreb, dal Bangladesh, dalla Nigeria, dall’Afgha­nistan. Arrivano in italia nei modi più strani, spesso per noi inconcepibili, nascosti sotto i camion, nelle stive dei traghetti dalle loro remote macerie, “specialisti della lontananza.Tecnici del distacco. Esperti dell'assenza. Conoscitori del lutto…col respiro in tumulto…la polvere negli occhi, il pane nel sacchetto. Uomini che vogliono continuare a vivere e perdono sangue mentre procedono”.

Molti di loro giungono alla “Città dei Ragazzi”, la storica comunità alle porte di Roma, fondata dopo la II^ guerra mondiale dal sacerdote irlandese John Patrick Carroll-Abbing. Devono imparare a leggere, a scrivere, trovare un lavoro e rendersi autonomi.

Affinati insegna italiano alla Città dei Ragazzi, li incontra ogni mattina, e in questo libro straordinario ne “ripete i nomi, ci salta sopra, quasi fossero ciottoli in mezzo al fiume, l’acqua della nostra vita, cercando di superare il guado”.
Ci racconta le sue lezioni e gli incontri, fatti di volti, corpi, sguardi, ascolto, pazienza, riconoscimento dell’altro e di sè nell’altro. 'Mi toccavo le labbra e scrivevo bocca, mi toccavo la faccia e scrivevo fronte, mento, naso. Conse­gnavo il libro degli esercizi a Shumon e lui, bengalese, mi sorrideva in modo meraviglioso come se io fossi il capitano dei romanzi di Conrad'.

“Ciao caro Raldo, sono tuo studente Hafiz,nato Kabul 1987…dlla guera voglio contare mia vita…” Dando realmente la parola a questi ragazzi, nel loro italia­no sbrecciato e prodigioso, attraverso i loro temi, Affinati si avvicina alle loro vite e ascolta storie di “famiglie smembrate, passioni recise, i giocattoli rotti, le favole mai ascolta­te…quello che non si può dire…”; comprende che “c’è sempre qualcosa dietro di noi, una guerra, un furto, un tradimento, una rapina, le ca­rez­ze di un uomo e di una donna, la bellezza e il dolore che si sputano ad­dosso, si fanno del bene e del male, un evento di cui siamo il frutto”.
Questi ragazzi che giungono in Italia sono “un fiume tumultuoso d’umanità di cui vediamo soltanto la foce sui banchi di scuola”. L’autore decide di scoprire la sorgente: da quale luoghi vengono, quali sono le ragioni profonde della loro partenza, che spingono questi ragazzi a lasciare padri e madri, terra e storia? E’ una domanda che lo porta a partire insieme a due ragazzi, Omar e Faris, verso il loro paese d’origine, il Marocco, a conoscere le loro radici.
E’ qui, che in pagine di straordinaria umanità, l’autore intreccia nel racconto la propria vita con quella dei suoi ragazzi, il loro ritorno alle radici con la sua dolorosa presa di coscienza delle proprie attraverso una dolorosa riflessione sulla paternità, assente e presente, vera o posticcia, perduta o ritrovata, capace di coinvol­gerlo in prima persona facendogli intrattenere un colloquio sofferto e segreto col padre scomparso, a sua volta figlio illegittimo mai riconosciuto, rimasto orfano e privo di guida a dodici anni. Una storia mai davvero raccontata al figlio e nascosta poi da un'apparenza di normalità dome­stica.
E’ qui il segreto e la bellezza di questo racconto: nella ricerca del proprio padre dentro lo sguardo di cento ragazzi senza padre. Dare ascolto e parola a questi ragazzi è l’ unico modo per trovare se stessi. “Se mio padre fosse nato oggi sarebbe entrato nella Città dei Ragazzi'. “Insegnare agli orfani per me significa eseguire il compito che omise di svolgere. Deve essere per questo che non ho avuto figli. Se ne avessi generato anche soltanto uno non avrei avuto le mani libere per riparare il danno”. “Ci perderemo tutti. Tutti, nessuno esclu­so…eppure siamo ancora qui: petali di un grande fiore secco dentro un libro”.
Affinati con l’arte dello scrittore e la passione dell’insegnante ci invita all’avventura di “fare l’uomo”, a partire da noi, perché “ognuno ha un pezzetto di responsabilità; se la disattende, provoca una conseguenza che può ripercuotersi, a distanza di tempo, nelle generazioni future e sento due voci interiori gridare una contro l’altra. Dio ci pensa tutti insieme, dice la prima. La seconda ribatte: non è vero. Si muore come si vive: soli”.


Perché lo consiglio

Perchè è un romanzo scritto bene, di rara bellezza sul senso del divenire uomini insieme agli altri. Perchè è una meditazione profonda sulla paternità. Perchè tra tante pagine poco utili sulla scuola e sull'insegnare ci consegna il senso più vero dello stare in classe.


Qualche brano
Le vere risposte
Basta osservare la manica sporca della sua magliet­ta per comprenderne la storia; se avesse una fami­glia, la sporcizia non durerebbe più di un pomerig­gio; tutti ricordiamo, quando eravamo piccoli, le macchie di unto, il grasso della bici, le chiazze d'o­lio: erano il frutto acerbo delle prime esperienze. La conseguenza logica dell'azione svolta. Il timbro d'accettazione che una misteriosa entità pretendeva per farci entrare nel mondo degli adulti. Il giorno dopo nostra madre le faceva scomparire. Peppino se le porta con sé quando non dovrebbe: a tavola, a scuola. Quelle macchie diventano per lui una se-/ conda pelle, un'escrescenza parassita, il triste risve glio da tutti i sogni che gli potrebbe venire in mente di fare.
Gli andai vicino, dietro le spalle, la testa sopra la sua, per vedere come scriveva e quella manica sporca mi colpì alla maniera di un dardo. Poco pri­ma gli avevo dato il foglio, la penna e un banco con l'intenzione di sottrarlo allo stato naturale che è suo caratteristico. È una contraddizione vivente: profilo aguzzo, faccia piena; intelligenza notevole, maturità minima; energia e depressione fuse insie­me. Se riesci a tenerlo fermo per dieci minuti, hai vinto. Peppino è quello degli anfibi coi tacchi di ferro e i lacci sciolti, quello dei filmetti porno scari­cati da internet sul cellulare, quello che attaccò il professore di tecnologia perché si era permesso di dargli uno scappellotto, quello che a pranzo man­gia sempre il doppio dei compagni, quello che non sa stare nei luoghi chiusi.Lo conquistai parlandogli dei campioni di wrest-ling. Lui preferiva Cybernic Machine, lottatele ru-de e scorretto, e Michael Kovac, studioso della di­sciplina e grande innovatore. Io gli contrapposi Cannon Bali, proveniente dal Nebraska, con la pancia strabordante e il cranio bitorzoluto; assai meglio di lui, mi rispose Peppino, alzando final­mente gli occhi verso di me, è Bambkiller, del qua­le due stupidissime ancelle non si stancavano di celebrare su Italia Uno l'insulso elogio. Per non parlare di Ares, aggiunse convinto, con l'ultima es­se trasformata in dollaro, agente del fisco svizzero, perennemente in cerca di evasori da punire.
Li conosci anche tu? Sì, puoi dirlo forte. Se voles- si, potrei presentarti Bernard Van Damme, il duro dal cuore buono. È un amico. Sai cosa gli farebbe al tuo Cybernic Machine? Gli salterebbe addosso con il peso dei suoi cento chili. Sarebbe "The phe-nomenal match". Capisci quello che voglio dire? Quei due ci regalerebbero un repertorio acrobati­co superiore a qualsiasi altro lottatore sulla faccia della terra.
Peppino! Quante richieste continuano a rivolger­ti! Psicologi, educatori, assistenti sociali. E poi, facci caso, sono ogni volta le stesse. Moduli da compila­re. Quesiti matematici. Disegni da eseguire. Mentre ti applichi, è come se intorno a te sentissi un brusio sommesso. Un mormorio di domande.
Perché dice sempre parolacce?Perché non ti saluta mai?Perché sputa dalla finestra?Perché fa a botte con la maggioranza delle perso­ne che incontra?Questo vogliono sapere.
Perché? Perché? Perché?
Caro Peppino, le vere risposte le sappiamo bene,10 e te, un giorno me le hai scritte sul tema e non sipossono rivelare a nessuno, sono indicibili, ma chivolesse potrebbe trovarle tutte, riunite una per una,come parole d'ordine, nella tua manica sporca.

Il ritrovamento
Più li guardo, più riconosco mio padre dentro di me. Non il suo volto, né le sue azioni o il mio rap­porto con lui, tutte cose su cui ci sarebbe comun­que da dire: un naso imponente su una faccia pic­cola da pappagallino; una vita d'ozio, soprattutto dai quarant'anni in su, fatta di televisione, pasti e sonno; un colloquio tanto affettuoso quanto sterile,
salvo gli ultimi anni quando cominciò a tirare ve­ramente i remi in barca. No; mi vengono in mente altre particolarità: in certe grinze del mio dito indi­ce, ad esempio mentre si piega sulle pagine di un libro, riconosco la magrezza allampanata che da giovane gli regalava un portamento quasi aristo­cratico e da vecchio lo costrinse a trascinare i passi incespicando; in alcuni miei gesti abitudinari, co­me quello di mettermi le mani dietro la nuca coi gomiti sporgenti a triangolo, sia seduto sia sdraia­to, riemerge un'altra sua tipica positura; perfino se mi viene il raschietto in gola, quando devo schia­rirmi la voce, faccio il verso che faceva lui.
Poi c'è mio fratello: un'altra strada, al fianco, cor­re parallela, si avvicina, si allontana. Veniamo dallo stesso posto, positura, sguardo, esperienze, ferite, lacerazioni. Procediamo rapidi verso l'ignoto, per­dendo gocce di sangue lungo il cammino. La terra beve avida i nostri umori. Tutto avrà un senso. Le reti furono gettate in due punti, quindi vennero tira­te a galla: i pesciolini saltarono in faccia al sole. Quando ci rivediamo, si ricompone l'immagine pri­maria. I bastimenti attraccano. Il pescatore sogghi­gna lassù, in cima al molo: è soddisfatto del carico. Eppure ci ha dato un nodo da sciogliere: il suo. An-ch'egli lo aveva ricevuto: chi può dire che non lo avesse, almeno in parte, già allentato? È tutta una catena. Lo scrisse anche il grande poeta Giorgio Se-feris, forse riecheggiando san Paolo: "Dov'è l'amore che d'un colpo spacca il tempo in due, l'ottunde?".
Come se il padre lasciasse nei figli ciò che il tra­monto consegna al nuovo giorno: una trasparenza dell'aria, i petali in terra, la corteccia tagliata. Omar dandomi il cinque, slauta Fortunato; Nordin, restando in silenzio, lo chiama in causa; Faris, chiedendomi informazioni, interpella chi mi ha generato. E se io dico le parole necessarie per chiamare Irina; se rassicuro il secondo battendomi il pugno sul petto; se illustro al terzo i modi pratici per andare a rinnovare il permesso di soggiorno: mentre daccio tutto questo non osno solo. Da morto miopadre mi restituisce quello che in vita non fu capace di darmi. Adesso sì, grazie a questi minori non accompagnati, ho la possibilità di ritrovarlo: se non ci fossero stati loro, l'avrei perduto per sempre.


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